Home · Blog · Comunicazione : La grafica jazz non si improvvisa

La grafica jazz non si improvvisa



In questo periodo di ricorrenze per gli appassionati di jazz – v. la biografia di Charlie Parker e Billie Holiday, ma anche la Giornata Internazionale del Jazz -, mi torna in mente un episodio di molti anni fa.
Allora nutrivo ancora (adolescenziali) velleità di fumettista e stavo scrivendo una storia con un personaggio un po’ troppo simile a Philip Marlowe, in un bianco e nero con molto nero, piena di pezzi di Bird e della fantastica Tuba Band di Miles Davis che accompagnavano lo svilupparsi dei fatti attraverso immagini parallele e citazioni esplicite dei titoli.
Poi, nel 1979, uscì L’Uomo di Harlem di Guido Crepax: sfogliando quelle pagine si sentiva veramente pulsare la batteria di Max Roach e quasi il puzzo di sudore e sigarette di una sfrenata jam session in perfetto stile bebop.
Non avendo né la penna nitida di Raymond Chandler, né la trascinante matita di Crepax, pensai bene di lasciar perdere e accontentarmi della bontà dell’idea che avevo avuto in società con un maestro…

Oltre trent’anni dopo resta, comunque, la passione per quella musica e anche per la sua iconografia, così legata all’essenza stessa del jazz: il rispetto della tradizione e il superamento degli schemi, il rigore della composizione e la libertà espressiva, la solidità tecnica e la creatività delle soluzioni.
Questo continuo gioco tra qualità apparentemente in contraddizione, questa costante attrazione di opposti è nella natura del jazz e anche nella sua grafica. Se volessimo tentare una descrizione del genere ci troveremo a dovervi ripensare continuamente; e potremmo farlo parallelamente per la musica e la sua immagine. Ogni caratteristica può essere applicata senza troppo sforzo a suono e forma e ci si può divertire a dare nomi e cognomi a ogni poetica; perché il jazz è un gioco continuo di bilanciati contrasti tra bianco e nero (Miles Davis e Chet Baker, Sonny Rollins e Jerry Mulligan), ma anche un’esplosione di colori (Sun Ra e Weather Report); è massimo rigore compositivo (Lenny Tristano e Bill Evans), ma anche sapiente eccesso (Dizzy Gillespie e Herbie Hancock); è profonda competenza (Duke Ellington e Charlie Mingus), ma anche consapevole ironia (Louis Armstrong e Thelonious Monk); è preciso controllo (Modern Jazz Quartet e Dave Brubeck), ma anche potenza assoluta (John Coltrane e Ornette Coleman), tanto per rimanere sui classici. Togliamo i nomi dei musicisti, mettiamo copertine di dischi e locandine e scopriamo che il discorso, posto che ora abbia senso, continuerebbe ad averne…

Si tratta di una “grafica di genere”, naturalmente: non sempre ci troviamo di fronte a esempi di grande progettualità; ma è interessante notare come alcuni trattamenti dei contenuti siano nel tempo divenuti stilemi. Oggi vedere certi elementi così gestiti ci fa dire, quasi inconsciamente, “è jazz!”.

JAZZ_illustrazione-1

Nei primi decenni del secolo scorso il “problema” della copertina veniva spesso risolto tramite l’illustrazione. Il lavoro di artisti colti e dallo stile molto personale fu in grado di influenzare l’iconografia del periodo anche al di fuori dei confini del genere musicale, proseguendo nei decenni oltre la seconda guerra mondiale.

JAZZ_illustrazione-2

L’illustrazione è uno strumento importante e nel tempo si evolve all’evolversi del percorso artistico. Lo stile si fa più vario e forse consapevole. Nomi importanti danno il loro contributo (la copertina in alto a sinistra è di Andy Warhol, quella in basso a destra – guarda caso, di Guido Crepax).

JAZZ_bianconero

Il Bianco e Nero è, però, lo stile di riferimento. Forse non c’è un ambito artistico in cui questo colore (così lo considero: come un colore unico) abbia rappresentato tanto quanto nel jazz. In effetti, il ragionamento vale anche spostandosi dalla carta alla pelle.

JAZZ_bn+colore

Il Bianco e Nero è talmente nei cromosomi del jazz che la sua massima espressione è diventata forse, alla fine, l’elaborazione attraverso la velatura di colore. Non esiste jazzista che non ci sia passato, almeno una volta; al punto che (come spesso succede in questo ambito, l’abbiamo già detto) tale trattamento grafico di immagine e spazio ha finito per marcare il genere più che l’artista. Così, musicisti con stili lontanissimi hanno nella loro discografia copertine identiche.

JAZZ_grafica

Non mancano, è ovvio, esperienze più complete dal punto di vista grafico. Il jazz sa comunque affrancarsi dall’iconografia ormai esausta che abbiamo già documentato e trasmette la propria moderna natura anche attraverso la padronanza di spazio, font e colore (il bianco e nero, certo…).

JAZZ_ecm

In altri casi, invece, può essere la casa discografica a segnare lo stile; è successo in parte con etichette storiche, come Columbia o Verve, ma è eclatante l’esperienza della contemporanea ECM: la linea editoriale è sostanzialmente unica e prescinde dal musicista…

JAZZ_volti

Poi ci sono i personaggi: certi volti fanno automaticamente la fortuna di fotografi e grafici!

JAZZ_ironia

Al di là delle considerazioni attinenti la comunicazione, il jazz soffre principalmente di una critica da parte dei suoi detrattori: i musicisti si prendono troppo sul serio, e chi li ascolta ancora di più. Non è sempre vero.

Paolo Biagini

Write a comment:

*

Your email address will not be published.

Copyright © 2018
Realizzato da WebRA